Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

1/25/2007

Microeconomie modernità e ricchezza (di Carlo Petrini)

Anticipiamo l’editoriale di Slowfood 24, del Presidente Internazionale di Slow Food.

Una delle parole più utilizzate ultimamente in quello che potremmo definire il “mondo slow” è senza dubbio rete. Abbiamo sempre descritto Terra Madre rifacendoci a questa immagine e lavoriamo per renderla tale anche in termini operativi, cercando di concepire e fornire i giusti servizi, per moltiplicare tutte le potenzialità che offrono le comunità del cibo con le loro interazioni. In questo contesto, ça va sans dire, sono pienamente inserite tutte le altre realtà di Slow Food, che si pone dunque come “facilitatore”, ma che con Presìdi, convivium, ristoranti e chiunque vi sia coinvolto a vario titolo gioca di fatto un ruolo attivo nel generare linfa.
Dopo l’esperienza memorabile di Torino dello scorso ottobre però, il senso, la profondità e la complessità dei nostri pensieri e intendimenti si sono ulteriormente arricchiti. Il significato della parola rete per la gente di Terra Madre si rinnova nel segno di un altro importante convincimento. Questa volta parliamo di economia, di un cambiamento, probabilmente già in atto nel mondo, che Terra Madre ha saputo intercettare – o di cui è di fatto promotrice? – visto che gli attori principali sono i protagonisti stessi delle comunità del cibo. Mi riferisco a una nuova idea di economia, che parte da quella agricola e mette al centro le comunità locali, il loro cibo e il territorio.
L’economia di mercato, così come la conosciamo e per come si è imposta anche per via delle dinamiche della globalizzazione, sta palesando i suoi limiti. Sia dal punto di vista della sostenibilità delle sue attività sia per quanto riguarda il suo modo di generare ricchezza.
Non sono soltanto più i detrattori del sistema capitalista a sostenere quanto l’economia mondiale sia un gigante che poggia su piedi di argilla. I maggiori esponenti di questo mondo sono consci del fatto che antiecologia collimi sempre di più con antieconomia. In un quadro di questo tipo, le cui cause sono anche da rintracciare nei cambiamenti che ha subìto il sistema agricolo mondiale, nell’industrializzazione, nonché nella centralizzazione dei sistemi produttivi agroalimentari, le comunità del cibo rappresentano un esempio di cosa significhino espressioni come “economia locale” o “economia della natura”.
Le comunità del cibo generalmente attuano la filiera corta o filiere lunghe altamente sostenibili e comunque basate sulla reciproca conoscenza dei soggetti coinvolti. Portiamo ad esempio di alcune esperienze con cui abbiamo collaborato i rinati mercati contadini italiani (Mercatale a Montevarchi) o in Africa (a Bamako, per mano di Aminata Traoré), i farmers’ markets americani, la community supported agriculture, le Amap francesi.
Le comunità poi, territoriali per definizione, non possono esimersi dal conservare, dal promuovere e far fruttare in maniera armonica i loro ecosistemi, i loro paesaggi, la loro biodiversità. In più possiamo dire, in seguito all’esperienza dei Presìdi e in virtù della conoscenza diretta di molti partecipanti a Terra Madre, che queste sorta di microeconomie funzionano, o hanno tutte le carte in regola per farlo. Non stiamo parlando di economie chiuse, autarchiche o eccessivamente conservatrici. Il significato che questi modelli assumono nel contesto di una rete che si serve anche delle più moderne tecnologie, dà all’insieme un valore inedito e, mi spingo anche a dire, un potere di cui non c’è ancora piena consapevolezza.
In sostanza si sta dimostrando che, a dispetto di ciò che sostengono i critici, queste esperienze non sono un mero tentativo di tornare al passato e di rinnegare in maniera sterile il sistema attuale, ma sono un esempio di come rispettando la terra, se stessi, la propria cultura, le diversità e la centralità del cibo, si possa fare economia in un modo nuovo, sostenibile e, per di più, praticabile in contesti molto differenti, tanto nel Nord come nel Sud del mondo. Tanto in contesti rurali quanto in contesti urbani.
Un altro fondamentale punto di forza di questo modello economico è che si basa sulle comunità, su un’idea di comunità che va recuperata e intesa non soltanto come nucleo in cui sviluppare i processi o come nodo della rete. La comunità è un modo per rinsaldare il rapporto con il territorio, ma anche fra tutti coloro che lo abitano. Essa ha cura di se stessa, dei propri componenti tanto quanto del luogo in cui vive. Valori che rischiano di sparire nella nostra società frenetica diventano, invece, i capisaldi della nostra esistenza: solidarietà, generosità, apertura agli altri e alle diversità. In questo quadro l’orgoglio di essere contadini, di produrre bene, assume nuovi contorni e nuovi significati. Lo stesso si può dire per chi abita in contesti urbani, dove un consumo da veri coproduttori provoca gli stessi sentimenti e un coinvolgimento forte rispetto alle vite di chi lavora la terra.
Dopo Terra Madre siamo ancora più convinti di poter intravedere nel lavoro che portano avanti le comunità del cibo i semi di una nuova modernità, di una nuova era economica. L’economia della natura per l’appunto, in cui alla “grande mano invisibile del mercato” si sostituisce la benevola, ma severa, mano di madre Terra. La quale necessita rispetto, poiché sa dare frutti incredibili che migliorano la qualità delle nostre vite.

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4 Comments:

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