Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

12/18/2006

Siriò, il caffè di Bruxelles (di Maria Tarantino)

Storia di un locale fondato da Francesco Cirio nel 1884, dove nacque l’half & half, l’aperitivo simbolo della capitale. Pubblicato su Slowfood 23, lo trovate qui.

In ogni città ci sono luoghi simbolici, legati alla storia e alle tradizioni. E poi ci sono i luoghi che la gente ama raccontare, quelli con cui si identifica e che ha fatto propri. Sono luoghi meno aulici, forse, lontani dalle chiese e dai musei, ma più vicini alla quotidianità delle persone. Dopo tutto, ci si affeziona a un luogo quando lo si può frequentare, vivere e – perché no? – anche gustare. Non è un caso se la storia che si disegna attraverso le abitudini e i sentimenti spesso si cristallizza nel profumo di un caffè o nella fragranza di un dolce.
È il caso di Bruxelles, capitale europea dal tempestoso passato urbano. Pioniera in una pratica urbanistica poco felice, la “brussellizzazione”, che ha prodigato la distruzione di pezzi importanti del patrimonio architettonico per fare posto a un’accozzaglia disordinata di edifici non sempre riusciti e a enigmatici spazi vuoti, delimitati da un reticolo di tubi di ferro che servono a evitare che gli edifici adiacenti collassino gli uni sugli altri.
Bruxelles è la capitale della comunità fiamminga, nonostante l’85% della città parli francese, una realtà linguisticamente scissa, teatro perenne di una lotta silenziosa tra le comunità linguistiche del Belgio, mentre tutto intorno cresce e si afferma la presenza degli stranieri, degli immigrati nordafricani, di quelli dei paesi dell’Est e soprattutto del piccolo esercito di burocrati e diplomatici legati alla Comissione europea, alla Nato e alla finanza internazionale.


Genesi dell’half & half
Quando si parla di luoghi simbolo a Bruxelles, il più ricorrente è la statua di Manneken Pis, il bambino che si era perduto in città una paio di secoli fa e che venne ritrovato dopo alcuni giorni mentre faceva pipì. Immortalato in una statua, il protagonista della vicenda è diventato una meta obbligata per i turisti di tutto il mondo. Inondato dai flash, è una presenza folclorica più che simbolica, un oggetto curioso. Il cuore della città è altrove, tra le abitudini della gente, intrecciato alle cose che ama fare, bere e mangiare. Come le cozze con le patatine fritte, le praline, la birra. Ma se c’è un momento gastronomico che ha saputo raccogliere la natura contraddittoria della capitale belga, questo è senza dubbio l’aperitivo simbolo della città: l’half & half. “Metà e metà”, proprio così, come succede nei rapporti di forza, quando si raggiunge un compromesso equo. Metà vino bianco dolce e metà spumante, l’half & half segna l’incontro di due nature diverse, ma affini, come quelle che si ritrovano nella capitale. La tradizione vuole che venga preparato al tavolo, davanti al cliente e che a inventarlo sia stata la barista di un caffè Art Nouveau, a due passi dalla Borsa, una sera in cui non aveva abbastanza spumante per riempire il calice. Pare quindi che abbia sostituito lo spumante mancante con vino bianco dolce e che il risultato abbia riscosso un tale successo da decretare all’istante la nascita di un nuovo aperitivo.
Il locale dove nasce l’half & half è Le Cirio (pronunciato “Siriò”), uno dei ritrovi alla moda dell’alta borghesia. Siamo alla fine dell’Ottocento. Le strade intorno alla Borsa pullulano di personaggi importanti. Circa 2400 persone vengono qui ogni giorno per lavorare. I caffè sono frequentati dagli uomini d’affari e dagli agenti di borsa. Ai tavoli si beve soprattutto champagne. Gli autisti aspettano in macchina. Non a caso, il nome dell’aperitivo simbolo della capitale belga è in inglese, una sorta di lingua franca che gli dà un tocco “chic cosmopolita”.
La storia dell’aperitivo simbolo di Bruxelles non si esaurisce con un ibrido alcolico-linguistico, perché il locale dove è stato inventato, quel “Siriò” che la pronuncia francese trasforma in una stella lontana, è un Cirio dal sapore italiano. Nel bicchiere di half & half c’è dello spumante, spumante italiano. E Le Cirio si riferisce proprio a quel Francesco Cirio che siamo abituati ad associare ai pelati e che molti, erroneamente, credono di origini napoletane per via degli stabilimenti per la conservazione dei pomodori, che si trovano in Campania.

Razza piemontese
In realtà Francesco Cirio è piemontese. Nasce a Nizza Monferrato nel 1835. Inizia a lavorare nei mercati di Torino, in piazza Bodoni e a Porta Palazzo quando è ancora un ragazzino. Acquista e rivende ortaggi e si rende subito conto che per guadagnare occorre trasportare i prodotti sulle piazze che hanno prezzi più alti. Grazie all’amicizia con un alto responsabile delle ferrovie italiane, il commendatore Amilhau, Cirio trova il modo di trasportare le merci a Nizza Marittima e da lì a Parigi, dove i prezzi sono fino a otto volte superiori a quelli di Torino.
Ha appena vent’anni quando investe i primi guadagni nell’acquisto di due grandi caldaie. All’inizio dell’Ottocento, in Francia, Appert aveva utilizzato il calore per prolungare la durata degli alimenti. Nonostante Francesco Cirio sia analfabeta a non abbia nozioni di chimica, ha capito benissimo che la conservazione della verdura, rendendo i prodotti disponibili fuori stagione, avrebbe rivoluzionato il mercato e cambiato radicalmente il modo di mangiare delle persone. I primi tentativi di Cirio a Torino sono con i piselli, che hanno una stagione breve e un prezzo relativamente elevato. Il fatto di poterli acquistare in barattoli di vetro riscuote un successo enorme. Cirio estende il procedimento di conservazione ai fagioli, alla frutta e alla carne. La carne in scatola, venduta a un prezzo inferiore di quella fresca, diventa disponibile per larghe fasce di consumatori. Cirio esporta vini, formaggi e uova in tutta Europa. Non solo, dopo l’unità d’Italia apre i primi stabilimenti in Campania e si lancia in una serie di iniziative per la bonifica delle zone paludose nel Ferrarese, nelle paludi pontine, nella Basilicata ionica. In particolare, stabilisce stretti legami con i contadini, che coltiveranno i prodotti di cui hanno bisogno gli stabilimenti in cambio di condizioni di acquisto favorevoli e di anticipi sui raccolti.
Grazie al trasporto ferroviario, il volume di affari delle sue aziende cresce vertiginosamente. Nel 1869 partono di 10 vagoni ferroviari, nel 1871 sono già 500, 2000 nel 1876. A rafforzare l’immagine di Cirio contribuiscono una fitta rete di filiali, dagli Stati Uniti all’Australia, oltre a 18 empori sparsi in tutta Europa: Bruxelles, Berlino, Francoforte, Monaco, Parigi, Zurigo, Mosca, San Pietroburgo, Praga, Amsterdam, Varsavia, Torino, Milano, Bologna, Napoli, Firenze, Verona e Pescara.
Francesco Cirio arriva a Bruxelles nel 1864. Apre un magazzino di generi alimentari nella Rue des Eperonniers, a pochi passi dalla centralissima Grand Place. Nel 1884 chiede al Comune di Bruxelles di poter aprire un locale di fianco alla Borsa, da destinare per metà a negozio e per metà a salone di degustazione. Gli aneddoti sull’intraprendenza di Cirio non mancano. Si racconta che avesse suggerito a un rappresentante tedesco, che non riusciva a piazzare un carico di cavolfiori arrivati dall’Italia, di incentivare le vendite regalando bottiglie di vino. Ma Francesco Cirio non è semplicemente un bravo venditore. I suoi prodotti partecipano alle esposizioni internazionali di prodotti alimentari che si tengono nelle città di tutta Europa. A Vienna, Parigi, Anversa, vincono riconoscimenti importanti.

Dissoluzione di un impero
Nonostante le molteplici attività e iniziative, l’eredità di Cirio si dissolve rapidamente dopo la sua morte, avvenuta nel 1900. Dei 18 empori, quello di Bruxelles è l’unico ad essere sopravvissuto fino ai giorni nostri praticamente intatto. Degli altri, non c’è nemmeno l’ombra, a parte una vecchia pubblicità della fine dell’Ottocento, dove si legge l’indirizzo del salone di Londra, situato al numero 25 di Regent Street e una foto dell’esterno dell’emporio di Berlino, sull’Alexanderplatz.
L’attuale proprietario di Le Cirio, Danilo Parmiggiani, racconta come un suo cliente gli avesse telefonato per avvertirlo di avere visto la foto dell’emporio berlinese esposta nella vetrina di un antiquario.
Quando la famiglia Parmiggiani acquisisce il locale, nel 1952, il negozio di prodotti italiani non esiste già più e Le Cirio funziona come brasserie. Nella cantina Parmiggiani rinviene un enome ovale rivestito di velluto scuro nel quale sono incastonate una settantina di medaglie vinte da Cirio nelle esposizioni internazionali tra il 1864 e il 1877. Fino al 1970, Le Cirio rimane il tempio dello spumante italiano. Ogni mese se ne consumano tra le 1600 e 1700 bottiglie, tutte vendute al bicchiere, più un migliaio di bottiglie di vino bianco. Poi il consumo di vino inizia a diminuire sorpassato dal crescente interesse per le birre artigianali.
Basta fare un salto nel caffè Art Nouveau nel centro di Bruxelles, quello che tutti credono tipicamente belga, per rendersi conto che in realtà assomiglia molto ai caffè torinesi del secolo scorso. Non è difficile immagine che all’inizio Le Cirio dovesse apparire come un luogo esotico. Fra le tappezzerie di cuoio arabescato e gli specchi, sotto la luce a gas di imponenti lampadari di ferro battuto, si consumava l’incontro dei belgi con i vini, le conserve e i latticini italiani. Da allora l’arredamento del locale non è cambiato. I lampadari sono stati adattati alla corrente elettrica. Le teiere e i vassoi argentati con il marchio “Cirio” non sono più utilizzati ma fanno bella mostra da una delle vetrine del locale. Il bancone e gli scaffali sono firmati da un ebanista italiano, un certo A. Ferro. In cima a uno degli scaffali troneggia addirittura la versione scultorea del simbolo del Fernet Branca, con l’aquila che afferra il mondo con gli artigli. A una delle pareti è ancora appesa l’insegna del Vermouth Bellardi, con l’indicazione “Torino”.
Eppure è come se tutte queste tracce di italianità si fossero assopite. Lo sguardo di chi entra nel locale non vede l’impronta elegante dei caffè torinesi del secolo scorso. Forse ne sono rimasti troppo pochi e forse non è questa l’immagine che si ha all’estero dei luoghi di ritrovo italiani. Le Cirio è cresciuto oltre la semplice italianità delle sue origini. Negli anni è rimasto uguale. A cambiare è stato tutto il resto. Le persone che sono passate da qui, le vicende a cui ha fatto da sfondo. Come gli schizzi che il pittore Marcel Stobbaerts eseguiva sul retro dei sottobicchieri di cartone e poi regalava ai camerieri o le foto del cantante Jacques Brel, che qui ha girato il film La bande a Bonnot. Le memorie brussellesi si sono sostituite a quelle italiane e Le Cirio è trasmigrato in una sfera di significato nuova.

3 Comments:

Blogger Gourmet said...

Sicuramente sarà la nostra prima tappa a Bruxelles !!

28 dicembre, 2006 22:58  
Blogger FIXED BAYONET METAL SOLDIERS said...

Bel blog.

11 aprile, 2009 12:33  
Anonymous Anonimo said...

good start

13 novembre, 2009 16:00  

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