Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

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Nome: slowsnail

3/03/2008

Dolce più dolce

A pranzo con Nada, alla Cantina di Scansano
di Alberto Campo, le foto sono di Alex Astegiano

Da quando, ragazzina con minigonna e stivali, seduceva il pubblico televisivo dall’Ariston di Sanremo cantando “Ma che freddo fa” è trascorsa quasi una vita. E la sua stessa vita, artistica e non, è molto cambiata da allora. Eppure alcune cose sono rimaste tali e quali: il volto ancora vagamente infantile e lo sguardo impertinente. Lo si nota osservandola mettersi in posa – col sigaro toscano in bocca! – all’esterno della Cantina, enoteca con annesso ristorante situata nel borgo antico di Scansano, dove ci siamo dati appuntamento. Da qualche anno Nada abita qui vicino, sulle colline tra Manciano e Capalbio, in piena Maremma. Un buen retiro in cui cova canzoni e storie (sta ultimando a proposito il suo secondo libro, dopo avere debuttato da scrittrice nel 2003 con Le mie madri).
Il locale ubicato al promettente indirizzo di Via della Botte ha il fascino austero delle architetture tardo-rinascimentali. Ci spiegano che in origine faceva corpo unico con gli edifici adiacenti, frazioni di un unico palazzo patrizio risalente al XVII secolo. Nomen omen, questa ne era davvero la cantina, sormontata da un granaio, con accanto le antiche sedi della banca municipale e dell’ufficio postale. Entrando, oltre a una parata di bottiglie da capogiro, fanno mostra di sé prodotti tipici della zona, alimentari e non. Passato l’atrio e attraversato un corridoio, si sbuca nell’ampia sala da pranzo: mattoni a vista, arcate, tavoli e sedie in legno di castagno, come se i secoli non fossero trascorsi. Una sensazione di sobria eleganza avvolge le cose.
Seduti a tavola, sgranocchiamo grissini, schiacciata e pane della casa. Il fai-da-te è regola in questo posto, dove in cucina si lavorano verdure cresciute in orto biologico, come la zucca e i pomodori contenuti nelle mousse che aprono il pasto. E, trovandoci a Scansano, non possiamo non bere il Morellino, gloria dei vinificatori locali. «Era un vino povero, da mescita, che però col tempo hanno imparato a lavorare bene» spiega Nada. Nell’occasione, apprezziamo il Primo prodotto dall’azienda agricola Bargagli, seguito da un Massi di Mandorlaia che arriva dalla tenuta Guicciardini a Montespertoli, in provincia di Firenze. E girano le prime portate: tortelli di castagne, zuppa di fagioli e cavolo nero, lasagnetta al sugo di coniglio. Nada apprezza e racconta…

Che rapporto hai col cibo?
Adesso buono, a differenza del passato. Da bambina ero di una magrezza spaventosa e il cibo per me era sofferenza, mangiavo veramente poco, nemmeno i dolci. Mi piacevano solo le castagne. Ero la disperazione della famiglia: mamma cucinava cose apposta per me, ma non c’era verso di convincermi. Anzi, diventavo prepotente: sapevo che lo scopo di mamma e di mia sorella maggiore era farmi mangiare e io ricambiavo con i capricci, volevo un piatto diverso per ciascuna portata, perfino la lattuga in uno e il pomodoro in un altro. Strano ripensarci adesso, che sono diventata addirittura golosa…

Parlaci della tua famiglia…
Sono nata a Gabbro, un paesino nei dintorni di Livorno. Eravamo un famiglia povera e abitavamo in una casa di campagna: mio padre era contadino, faceva il grano e il vino, vendeva i prodotti della terra e noi vivevamo di quello.

Poi la fama precoce: come andarono le cose?
Non è che volessi fare la cantante, mi ci sono ritrovata: avevo questa voce fin dai tempi della scuola e tutti dicevano che ero brava. Fu mamma a spingere affinché facessi dei provini: un tizio li ascoltò e mi portò subito a Roma a firmare un contratto. E così, poco dopo, eccomi a Sanremo, nel mezzo di un delirio di gente, successo, quattrini e cose da fare: una situazione molto più grande di me. Detestavo la finzione che c’era intorno, l’interesse morboso nei miei confronti. E dopo il festival, i concerti nei locali: cantavo, correvo dietro le quinte a vomitare e ricominciavo a cantare. Probabilmente ero anoressica, ma allora non se ne sapeva nulla. Dicevano che ero esaurita.

Quando è arrivato il cambiamento?
Intorno ai 30 anni, dopo aver smesso di fumare sigarette, che – si sa – fa aumentare l’appetito. Poi c’era mia figlia Carlotta che stava diventando grande: fin lì l’aveva cresciuta mia madre, visto che io continuavo a lavorare per mantenere la famiglia. E lei stava sviluppando un rapporto col cibo migliore del mio, tanto che poi da adolescente si è messa a cucinare con piacere. Fatto sta che mi sono sciolta e ho cominciato finalmente a mangiare gustando il cibo. Credo sia andato di pari passo con una maggiore consapevolezza di me stessa: prima ero troppo spaventata e angosciata dalla vita che facevo.

E cominciasti anche a cucinare?
Sì, anche se non molto, visto che il tempo a disposizione era poco, e per cucinare ne serve parecchio, soprattutto se uno è – come me – perfezionista. Preferisco comunque mangiare più che stare ai fornelli. Non sono male come cuoca: le poche cose che faccio, soprattutto zuppe e minestre, le faccio bene. Preferisco i piatti semplici a quelli troppo elaborati. Tipo questa zuppa…

Zuppa che, ci viene spiegato, è una sorta di ribollita con dentro quattro qualità diverse di fagioli che, però, non viene passata in forno dopo la cottura sulla fiamma. Una vera squisitezza. Squilla in lontananza la suoneria di un portatile nell’indifferenza generale. Scopriremo dopo che si tratta di quello di Nada. Siamo troppo presi dalla conversazione, dal cibo e dal vino.

Quando ti sei trasferita in Maremma? E perché?
È successo nel 2003, dopo aver vissuto per più di 30 anni a Roma, una città che adoro e sento ancora mia, ma è proprio l’idea di città che non sopporto più, con tutta la frenesia e la confusione relative che finiscono per travolgerti. Abbiamo scelto la Maremma perché è più vicina di Livorno a Roma, dove tuttora vive mia figlia. E il posto è davvero speciale: abbiamo costruito dal nulla una specie di convento avveniristico su una collina isolata, con nessuno intorno per una ventina di chilometri, in una zona sotto tutela del Wwf. Abbiamo l’orto, quattro ettari di olivi e due di bosco, di cui abbiamo affidato la cura a gente del posto: mi sarebbe piaciuto occuparmene, ma tra la musica e i libri non è che abbia poi tutto questo tempo libero.

Il trasferimento avrà migliorato la qualità della vita, no?
Non è che sia successo di colpo, già prima ero attenta alle cose naturali e di qualità, ma è ovvio che adesso la vita sia cambiata tantissimo: qui c’è un’altra dimensione del tempo e per questo dai alle cose un valore diverso, più equilibrato. È bellissimo dormirci, e io sono una che dorme almeno 12 ore per notte: ne ho più bisogno che di mangiare. Ed è piacevole usare in cucina le cose che produci nell’orto o quelle che ti portano i vicini, tipo le uova: così uno si riabitua a consumare solo i prodotti di stagione, a costo di mangiare zucchine per due mesi di fila.

È come se si chiudesse il cerchio con la tua infanzia…
Sì, magari anche in modo inconsapevole, ho ritrovato quello che avevo da piccina.

Dicevi di tuo padre che faceva il vino, a proposito…
Sì, ne produceva uno “contadino”, rustico ma buono, e a me piaceva. Ho preso sbronze già da bambina, durante la vendemmia: portavo i tegami con la spremitura alla damigiana e me ne bevevo un po’ a ogni giro. Una volta me ne sono proprio andata… E adesso lo bevo sempre quando mangio, a pranzo e a cena: compriamo del buon Morellino sfuso in una cantina proprio qui a Scansano. Ma mi piacciono pure i superalcolici: grappe e whisky. Bevo in compagnia ma anche da sola: capita che mi metta in veranda col bicchiere pieno e il sigaro a guardare il tramonto… Non che sia un’intenditrice, ma riconosco i vini e gli alcolici buoni: col tempo mi sono fatta una certa esperienza.

Parlando d’esperienza, te ne sarai fatta una sulle cucine regionali, girando l’Italia in tutti questi anni. Zone preferite?
Su tutte l’Emilia, per la cura e la passione con cui tengono viva la cucina tradizionale: vado matta per la loro pasta ripiena, a cominciare dai tortellini in brodo. E poi il Piemonte, per il tartufo bianco, l’unica “puzza” che mi piace, tanto che quando capita che me lo regalino lo metto pure in bagno e in camera da letto, e per il Dolcetto, soprattutto dopo aver scoperto un produttore chiamato Nada! Apprezzo anche una certa cucina meridionale, perché usano molte verdure: non che sia vegetariana, ma carne ne mangio meno che posso, mentre adoro il pesce, anche se ultimamente quello che trovi è quasi sempre d’allevamento, perfino il rombo e l’orata.

Benché sia restia a mangiar carne, assaggia ugualmente un filetto di maiale saltato in padella col finocchietto selvatico. Ma già è concentrata sui dolci, la sua vera passione. Tra quelli in carta, sceglie e gusta una torta di pere e cioccolato.

Dicci di questo debole per i dolci, già che ci siamo…
Ha preso quota in maniera esagerata: quando vado al ristorante per prima cosa chiedo sempre cosa c’è di dolce, in modo da regolarmi per tenergli spazio. Vado matta per il mont blanc: sarà banale ma lo trovo irresistibile, e poi insieme alla panna ci sono le castagne. Fanno eccezione la cassata siciliana e la pastiera napoletana, gli unici dolci che non mangio.

Ci sono colleghi con cui ami stare a tavola?
Non me ne vengono in mente molti: di solito i musicisti non badano troppo al cibo, mangiano perché devono. E io ci faccio sempre la figura di quella fissata. Direi però Rita Marcotulli, la pianista jazz, con cui è piacevole bere vino, o Cristina Donà, che come me è attenta alla qualità del cibo. E ricordo di quando ero giovane, a metà anni Settanta, Paolo Conte: stava scrivendo insieme a Piero Ciampi le canzoni per un mio disco e mi portava nei ristoranti dell’Astigiano, solo che era il periodo in cui detestavo il cibo, così mi limitavo ad apprezzare l’atmosfera dei posti e a bere.

Adesso, invece, che cosa ti piace nell’andare a mangiare fuori?
Il fascino della convivialità, perché scegli il posto e che cosa mangiare, ma soprattutto la compagnia con cui farlo, generalmente amici. Dev’essere un momento di assoluto relax, insomma.

Ci sono posti dove vai abitualmente?
Qui in Maremma è pieno: il ristorante dell’hotel Vulci, sull’Aurelia, specializzato in pesce, dove mi sento come fossi a casa, o Petronio, alla Marsiliana, dove invece cucinano soprattutto carne e cacciagione, uno dei pochi posti in cui mangio anche il cinghiale. E Da Maria a Capalbio, che fa cucina maremmana autentica, povera ma di qualità.

E all’estero?
Quando viaggio cerco di assaggiare le specialità locali, a patto che non siano troppo elaborate. Delle cucine straniere mi piace la cinese, ma quella fatta in casa, diversissima dall’altra che trovi nei ristoranti, che fa tanto McDonald’s, uguale dappertutto: un effetto della globalizzazione.

Potrete trovare qui l'impaginato dell'articolo, pubblicato su Slowfood 32.

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2/26/2008

On-line Slowfood 32

Qui trovate il sommario, con gli articoli scaricabili in pdf.

I tre canovacci - La cronaca e la filosofia del Vi Congresso Internazionale di Slow Food, a Puebla (messico).

2/25/2008

La strategia dei Presìdi

L'editoriale di Serena Milano su Slowfood 32.

Nel 2008, otto anni dopo le prime impacciate e turbolente riunioni con gli allevatori piemontesi che hanno dato l’avvio al progetto, cosa rappresentano i Presìdi nell’universo di Slow Food e di Terra Madre?
Tanto per cominciare, sono ancora tutti lì, con radici vigorose avvinghiate alla terra e con la stessa energia dei primi mesi. La quota dei Presìdi chiusi rappresenta, sul totale, un’esigua minoranza. Passata la fase della novità, della curiosità iniziale, dell’attenzione mediatica quasi scontata per ogni nuovo progetto di Slow Food, i Presìdi continuano a crescere e a moltiplicarsi, anche in contesti lontanissimi dal loro luogo di nascita: sugli altopiani dell’Etiopia, sulle Ande, nelle oasi africane, sui mari del Nord. E ogni Presidio avviato aggiunge una prospettiva diversa e un significato nuovo anche ai più antichi. Molti dei “grandi vecchi” sono diventati maestri, punti di riferimento per i più recenti. Alcuni di loro (come il Presidio della castagna essiccata nei tecci, il Presidio della bottarga di Orbetello, il Presidio del culatello) sono ormai veri e propri centri didattici per produttori di tutto il mondo.
L’obiettivo economico dei Presìdi (ovvero un’adeguata remunerazione dei produttori), che nei primi anni è stato preminente e decisivo per ridare fiducia a un settore sommerso e misconosciuto, poco per volta ha messo a valore altri contenuti. Magari difficili da misurare, ma, sul lungo periodo, capaci di influire più profondamente sulle comunità locali. Quando i produttori dei Presìdi, assieme a Slow Food, scrivono i propri disciplinari di produzione, prendono coscienza del lavoro che fanno, si confrontano con i problemi della sostenibilità, del paesaggio, della salubrità, dell’innovazione compatibile. Temi che, gradualmente, li proiettano in un contesto culturale diverso, più ricco e articolato, che non si ferma ai soliti problemi del prezzo, del mercato e della qualità organolettica.
Otto anni fa i Presìdi sono nati per dimostrare che alcune realtà marginali avrebbero potuto riconquistare uno spazio – nella società, sul mercato –, e che i piccoli produttori, puntando sulla qualità, avrebbero potuto convivere con l’industria alimentare, rappresentandone il fiore all’occhiello.
Oggi sono diventati qualcosa di più strategico. Sono una delle prove che un futuro diverso per il nostro pianeta è possibile, che un progresso slegato dal semplice, lineare e vorace sviluppo economico è reale. Che il messaggio di Terra Madre non è astratto o utopico. Che la proposta politica e culturale di Slow Food non è priva di fondamento, anzi, è basata sulla più inattaccabile delle dimostrazioni: quella empirica.
Questi 300 piccoli, minuscoli progetti, fragili come sono fragili gli individui, incostanti perché gestiti dall’entusiasmo – incostante per sua natura – del volontariato e non da facoltose multinazionali, sono più potenti di qualsiasi ricerca di mercato, di qualsiasi studio scientifico. Perché possiedono la forza ecumenica dell’esempio; il linguaggio universale della realtà, fatta di uomini che escono a pesca, di donne che impollinano i fiori della vaniglia, di ragazzi che, dopo l’università, scelgono di coltivare la terra nel devastato Salernitano, o di acquistare a rate qualche vacca e produrre formaggi a latte crudo nel Vermont. Donne e uomini che, grazie a Slow Food, non sono più soli, ma dialogano con produttori di tutto il mondo, cuochi, tecnici, docenti. Che hanno ottenuto il rispetto delle istituzioni e l’attenzione dei mezzi di comunicazione.
Nel 2008 Slow Food continuerà a prendersi cura dei 200 Presìdi italiani e dei 110 progetti avviati negli altri Paesi (58 in Europa, 6 in America del Nord, 29 in America Latina, 8 in Asia e Medio Oriente, 9 in Africa). Si concentrerà su alcune questioni delicate, come la necessità di mettere a norma i produttori di formaggi, carni e salumi senza snaturare i loro prodotti e la valorizzazione di territori di origine anche per prodotti di cui raramente i consumatori conoscono la provenienza (il caffè, il cacao, le spezie).
Saranno attivati 30 nuovi Presìdi, che nasceranno nel Sud del mondo e dove le associazioni di Slow Food saranno in grado di gestirli (alcuni di questi sono stati identificati lo scorso anno, come il caffè selvatico in Etiopia, la patata ozette negli Stati Uniti, l’emmentaler tradizionale in Svizzera).
E quando i Presìdi non potranno dare risposte adeguate ai produttori, si cercheranno altre soluzioni, come è già accaduto con la proposta di una rete di Mercati della Terra.
Al Salone del Gusto e a Terra Madre ci saranno tutti i Presìdi e rappresenteranno una orgogliosa e consapevole avanguardia del «buono, pulito e giusto».

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2/11/2008

Da una settimana Slow Food è anche su MySpace

Veniteci a trovare nella rete, a questo indirizzo.

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1/07/2008

Antonio, il cinema, il vino

Intervista ad Antonio Attorre di Giovanni Ruffa

In principio, per chi scrive, Antonio Attore è stato una firma sul Gambero rosso. Il primo, quello che usciva come supplemento al manifesto. Gli articoli raccontavano di pescatori dell’Adriatico, di cucina di mare e di vini di collina in modo nuovo e stimolante. E poi di una nuova, un po’ strana associazione chiamata Arcigola, sorta di congrega di barolisti di sinistra. Poi, in quella associazione che voleva il piacere per tutti entrammo anche noi, e allora Antonio divenne prima una fisionomia familiare, poi un amico. E un collaboratore fisso della casa editrice che intanto era nata. In tutte le pubblicazioni attraverso le quali Slow Food Editore ha costruito il proprio catalogo compare il suo nome. È fin dalla prima edizione referente per il centro Italia di Osterie d’Italia e di Vini d’Italia. Ha firmato Itinerari Slow e ricettari. Scrive da sempre per le riviste dell’associazione. Insieme abbiamo curato la prima edizione della Guida al vino quotidiano, e Antonio ha dato il suo contributo al Piacere del vino, a Slow e, infine, a Slowfood.
Accanto agli interessi per l’enogastronomia ha però sempre coltivato, lui, tra i primi a laurearsi al Dams di Bologna, un giardino personale, in cui ha nutrito e fatto crescere una passione consapevole per la musica e il cinema. Il risultato non è soltanto un patrimonio di dischi e cd, di videocassette e dvd, ma pure pubblicazioni come Eccentrici clowns, appunti di sociologia della musica, la presentazione del libro fotografico di Lucia Baldini Giorni di tango, Le lune e il saper fare, raccolta di articoli e brevi saggi.
Ora i due amori si sono uniti. Il risultato è Château Lumière – Brindisi ed ebbrezze al cinema, un percorso originale che, passando da Hitchcock a Chabrol, da Tavernier a Ioseliani, da Wilder a Kaurismaki, rilegge la storia del cinema da un’angolazione particolare, attraverso il filtro di una coppa di Champagne o di un bicchiere di Chianti. Titoli recenti, si legge nell’introduzione, hanno fatto scrivere e discutere di vino un pubblico ben più ampio di quello, solito, degli addetti ai lavori, ma da sempre il vino sullo schermo svolge funzioni diverse: è simbolico, identitario, narrativo, metaforico. L’attenzione per gli aspetti legati a un mutato consumo del vino, poi, letti in particolare attraverso la filmografia italiana del dopoguerra, fanno del lavoro di Antonio un efficace strumento di analisi sociologica e antropologica, capace di seguire la metamorfosi di un paese, l’Italia, passato in poco più di mezzo secolo dalla dimensione rurale a scenari post-industriali. Poi ci sono Hollywood e le nuove cinematografie orientali, Bertolucci e James Bond, Olmi e Il pranzo di Babette, Ferreri e Debord, in una documentatissima ricostruzione che farà la gioia ai cinefili e aprirà inedite prospettive a ogni lettore.
Abbiamo parlato con lui. Del libro e d’altro.

Nel tuo libro osservi come il vino al cinema, un tempo spia di mutamenti economici, sociologici, antropologici, esprima spesso, oggi, il desiderio di modi di vita meno stereotipati e costrittivi, in una parola più slow. Si tratta, secondo te, di una tendenza reale nel mondo contemporaneo o di uno stilema cinematografico?
Direi di sì, anche se con una valenza perlomeno duplice: c’è una percezione, un nuovo interesse per il vino che contiene più o meno direttamente ricerca di autenticità, attenzione al particolare e a una dimensione personale e artigianale del fare, e c’è parallelamente l’affermazione senza precedenti del vino come status symbol, al tempo stesso elitario e di massa.

Negli ultimi tempi almeno due film hollywoodiani – Sideways e Un’ottima annata – hanno il vino come protagonista. Pensi che il loro successo possa avere positive conseguenze sull’educazione a un consumo consapevole, inducendo altresì nei produttori filosofie “buone e giuste”, nel Nuovo Mondo enologico e non solo? Oppure si tratta soltanto di un filone, di una moda come tante?
Entrambi i film testimoniano l’alto valore culturale riconosciuto al consumo consapevole di vino e ne esaltano, nei toni lievi della commedia cinematografica, il valore metaforico: dimensione riflessiva, vita rilassata e, diciamo, sobriamente edonista, sottilmente critica nei confronti dell’omologazione in agguato. La reazione comicamente rabbiosa di Paul Giamatti agli standard e all’organizzazione “fordiana” di una cantina californiana, in Sideways, e l’ironia nei confronti dell’enologo in doppiopetto che arriva in Limousine nel vigneto provenzale sembrano autorizzare un’interpretazione in questa chiave.

Come mai questo ritorno dei documentari (anche nel settore enologico, come nel caso di Mondovino)? Non esiste più un cinema di fiction capace di raccontare storie ma anche di fare analisi, critica, denuncia?
Nelle riflessioni sul gran momento del documentario sono in molti a cogliere l’elemento di debolezza narrativa e critica di molto cinema di fiction, ma anche di una certa inadeguatezza del giornalismo d’inchiesta tout court rispetto a una realtà dominata dalla spettacolarizzazione e dal virtuale. Inoltre, la scelta del documentario da parte di molti registi – più o meno giovani e che continuino o meno a realizzare anche cinema di fiction – nasce anche da una ricerca di sperimentazione linguistica, da un’esigenza di maggiore libertà nella scelta di storie, tematiche, ambienti e, soprattutto, nello sguardo.

A proposito di Mondovino. Molte voci critiche si sono levate dal mondo degli addetti ai lavori rispetto al lavoro di Nossiter. Che cosa ne pensi?
Credo che si debba distinguere tra le reazioni del mondo del vino, abbastanza diverse tra loro, a quanto mi risulta, negli Usa e in Europa (in Francia in particolare, dove attorno al film si è sviluppato un vero e proprio dibattito culturale di rilievo), e quelle della critica: in questo ambito Mondovino (di cui è bene ricordare che la versione cinematografica uscita nelle nostre sale non è che una riduzione del materiale integrale strutturato in 10 puntate documentaristiche, regolarmente programmate in questa forma dalla televisione francese e pubblicate anche in dvd) ha avuto un’accoglienza a volte tiepida, soprattutto sul piano tecnico-stilistico. Ma naturalmente è sul terreno della denuncia anti-globalizzazione che si è giocata la partita più accesa, con reazioni talvolta estreme rispetto ai contesti, ai personaggi a loro volta in qualche modo estremi presenti nel film. Vorrei dire che, in ogni caso, va riconosciuta a Nossiter un’indubbia capacità di lettura antropologica del mondo del vino e che certe caratterizzazioni quasi grottesche (penso all’enologo wine-star che scende e sale da un aereo all’altro, compiaciuto del proprio potere e del tutto incapace di autoironia) non sono certo frutto di una presunta demagogia dell’autore, bensì testimoniano con involontaria comicità l’universo culturale di alcuni protagonisti del film.

Tra le pagine più interessanti di Château Lumière ci sono senza dubbio quelle che analizzano la difficoltà di raccontare per immagini le percezioni sensoriali. D’altra parte, verifichiamo quotidianamente la povertà della televisione nel mettere in scena il cibo, il vino e le realtà da cui originano. Come mai, a cinquant’anni da Soldati e dal Viaggio lungo il Po, il giornalismo per immagini appare così inadeguato a cogliere l’essenza della produzione e del consumo enogastronomico?
La spettacolarizzazione banale, il sensazionalismo, la chiassosità e l’autoreferenzialità segnano gran parte della produzione televisiva che, simmetricamente, rivela scarsa capacità d’ascolto e di attenzione al particolare. Vino e cibo mi sembra non sfuggano a questo scenario, né può essere casuale che le formidabili trasmissioni di Soldati, tra le altre cose profondamente innovative proprio rispetto all’uso del mezzo televisivo, siano cadute nel dimenticatoio e a nessuno – se non, meritoriamente, Fuori Orario su Rai3, seppure in orari notturni – sia venuto in mente di riproporle. Il fatto è che quell’attenzione per la dimensione artigianale che era la cifra del Viaggio di Soldati conteneva a sua volta una capacità artigiana di scrivere o di filmare che oggi si fatica a ritrovare nei palinsesti televisivi come in molte pagine dei quotidiani.

Al di là dell’atteggiamento storico-critico, puntuale nel ripercorrere la presenza e il ruolo del vino al cinema, mi pare di cogliere, nell’Antonio Attorre cinefilo, malcelate simpatie per registi irregolari e poco inquadrabili, come Ioseliani e Kaurismaki. Sbaglio?
In effetti amo molto i registi che citi, e altri irregolari come Cassavetes o Jarmusch, ad esempio, per i quali le scelte di soggetti inusuali o periferici coincidono con scelte stilistiche di grande libertà narrativa e che considero salutari, nel senso che tendono a stimolare le capacità percettive e critiche del pubblico. Anche qui: nella prevalenza di produzioni standardizzate, prevedibili, piattamente seriali i piccoli film di questi autori hanno un sapore artigianale, e producono una sorta di ecologia della percezione. Gli ironici bevitori di Ioseliani, poi, esprimono una critica di alcuni aspetti della modernità, e il bicchiere di Kaurismaki ha talvolta il valore di un gesto di resistenza.

Dopo tanti libri, a quando un film su Slow Food? I temi non mancherebbero. Dal diritto al piacere all’elogio della terra, dai neo-forchettoni ai contadini del mondo, dalle tavolate conviviali alle comunità di destino. E poi l’ebbrezza, la festa, l’impegno, il viaggio…
Nei mesi scorsi mi è capitato di leggere due importanti saggi sui consumi (La globalizzazione del nulla, di Ritzer e L’impero irresistibile di Victoria de Grazia) che, nella parte finale, analizzano il movimento Slow Food riconoscendone l’enorme valore antagonista alle tendenze omologatrici. Questo per dire che i tempi sarebbero più che maturi per un documentario articolato sulla chiocciola. Nell’irresponsabilità dell’immaginazione, però, dico che mi piacerebbe poter vedere un bel film di fiction che riuscisse a cogliere l’anima slow coniugando, diciamo, il gusto affabulatorio di un Soldati e la leggerezza di un Billy Wilder.

Per saperne di più sul libro di Antonio Attorre o per acquistarlo potete andare qui..

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12/13/2007

L’università di Scienze Gastronomiche in viaggio sul Po

Mario Soldati è quello che abbiamo citato di più, negli ultimi tempi, e così il suo Viaggio nella valle del Po, che ha fatto da canovaccio archetipo per il recente pedalare, dalla sorgente alla foce del grande fiume, degli studenti di scienze gastronomiche. Ma lungo quelle sponde i nostri ciclisti hanno (e abbiamo) ritrovato tanti altri personaggi, di ieri e di oggi. Pescatori, massaie, osti, lì da sempre, e artisti che hanno stipato i teatri durante il percorso dello scorso ottobre: Antonio Albanese a Pavia, Paolo Hendel in quel di Piacenza e ancora Lella Costa, Gian Maria Testa, Roberto Vecchioni.
Intorno, memorie di vecchi set cinematografici e scene impresse nella memoria collettiva: le mondine di Riso amaro, i partigiani di Paisà, l’8 settembre del ’43 di Comencini (Tutti a casa), il vagabondaggio nella Bassa di Antonioni (Il grido) e una carrellata di “belle” d’altri tempi, dalla Mangano alla Loren.
Ora, anche noi abbiamo le nostre “scene”, grazie ai magnifici scatti di Stefano Serra che ha seguito gli studenti per tutto il viaggio. Si parte dalla copertina di Slowfood 31 (qui trovate il sommario con gli articoli scaricabili in pdf) e si prosegue con una poetica galleria immersa nelle nebbie in seno alla rivista, di cui vi diamo un assaggio.
Alessandro Monchiero

- Cronache ciclistiche

- Rosa, Amanda e I registi di ieri

- Seguitando I ritmi del fiume

- - I miei segreti sono qui





















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11/19/2007

India, Kenya e Stati Uniti nella presidenza internazionale di Slow Food

Chiude col botto il V Congresso Internazionale di Slow Food, con le parole del suo leader storico, Carlo Petrini.
Due le principali novità, che interesseranno l’associazione fondata nel 1986 e il suo progetto più recente, Terra Madre, che giungerà nell’ottobre 2008 alla terza edizione.
«Non si può sempre commuoversi quando parlano i giovani, rivendicare pari opportunità per le donne, affermare la centralità del mondo contadino nella nostra associazione, e poi non fare seguire queste dichiarazioni d’intenti ai fatti» ha dichiarato Petrini «ed è giusto che anche il bastone del comando passi a forze fresche, che portino nuova linfa vitale, che rappresentino l’evoluzione della politica di Slow Food nei prossimi». Spazio, dunque, ai nuovi tre vicepresidenti: la confermata Alice Waters, di Slow Food Usa, l’attivista indiana Vandana Shiva e John Kariuki Mwangi, studente keniota dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, la scelta più applaudita dalla platea dei delegati. «Saranno quattro anni fantastici: divertenti, interessanti, pieni di progetti nuovi che realizzeremo, come diretta conseguenza dell’evoluzione di Slow Food e del suo recente sviluppo in aree come il Sud America, l’Africa e il Continente Asiatico. Anche qui, in Messico, il bastone del comando deve passare a quel mondo di cui ci riempiamo spesso la bocca, senza lasciargli però la possibilità di decidere, uscendo da quella concezione che ha come baricentro l’Occidente anche quando ci si muove a fin di bene» ha continuato il Presidente, che poi ha nominato Alma Rosa Garces della comunità del cibo di Villahermosa in Tabasco come elemento cardine della direzione nazionale messicana.
La seconda grossa novità riguarda Terra Madre, il meeting delle Comunità del Cibo che si tiene ogni due anni a Torino. «Abbiamo messo in rete i contadini nella prima edizione, poi abbiamo aggiunto le Università e i cuochi nella seconda, il prossimo anno sarà la volta del più grande festival folk mai organizzato, perché inviteremo anche i musicisti delle Comunità, e li faremo suonare in tutto il Piemonte». Ma non solo, «parallelamente a Terra Madre si terrà anche un grande meeting di giovani, universitari e contadini, del nord e del sud del mondo».
Ecco qualche scatto dal congresso messicano, del quale potete leggere vasti approfondimenti sul sito di Slow Food.

















Troverete un ampio resoconto del V Congresso Internazionale su Slowfood 32, in uscita a febbraio 2008.

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