Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

2/16/2007

Il treno dei desideri (di Roberto Burdese)

A dieci giorni dall’uscita di Slowfood 24, anticipiamo l’editoriale del Presidente di Slow Food Italia.

«Conoscere gente sul treno può essere meglio che stringer la mano» dice una canzone degli Amari, gruppo pop di Pordenone conosciuto in quel di Bra qualche mese fa. Mi è tornata in mente alcune settimane fa mentre viaggiavo sull’Eurostar che da Torino raggiunge Lecce, seduto di fronte a un simpatico camionista conosciuto, appunto, sul treno. Si chiacchierava per ammazzare il tempo e costui mi parlava dei suoi viaggi e, soprattutto, della natura dei suoi trasporti. Olio di oliva scaricato a Livorno da navi provenienti un po’ da tutto il Mediterraneo e consegnato a noti oleifici nazionali; cosce di maiali allevati (o macellati) nell’Est europeo e trasformate in prosciutti da prestigiosi salumifici del nostro paese; vini prodotti nel sud d’Italia e trasferiti a importanti cantine di altre regioni. Mentre il mio compagno di viaggio percorreva idealmente lo stivale con il suo camion carico di merci pronte a cambiare carta d’identità a ogni fermata, constatavo per l’ennesima volta la scarsità di notizie di cui disponiamo in merito al nostro cibo quotidiano.
Delle verdure ci è concesso sapere la nazionalità, mentre luogo di origine e nome del produttore non sono mai dichiarati e, evidentemente, non ci è detto nulla in merito alle pratiche agricole utilizzate. Dei salumi conosciamo il trasformatore ma quasi mai la provenienza della materia prima (e, di conseguenza, la forma di allevamento praticata, inclusa la questione fondamentale dell’alimentazione degli animali). Per i formaggi possiamo disporre del nome dello stagionatore, del consorzio, del selezionatore, talvolta del produttore, e spesso abbiamo garanzie in merito all’origine del latte ma, ancora una volta, non sappiamo nulla dell’allevamento. Del pane non si specificano mai farine e lieviti. Il vino ci dice molto, ma – caso unico nel panorama alimentare – non è obbligato a dichiarare in etichetta i propri ingredienti (che, come sappiamo, non si limitano più alla sola uva).
Eppure si deve mangiare tutti i giorni e anziché farsi prendere dalle paranoie o perdere tempo alla faticosa ricerca di cibi che diano maggiori informazioni e garanzie, la gente si è ormai rassegnata al meno peggio e anche i più attenti al tema sono costretti a circoscrivere la propria sensibilità ad alcuni contesti o alcuni prodotti, tollerando il più delle volte quanto propone il “mercato”.
E i segnali per il futuro sono sempre più allarmanti: gli ogm si stanno infiltrando nonostante l’ampio dissenso dei consumatori (in molti alimenti sono al di sotto delle soglie di tolleranza; in altri casi li assimiliamo in forma indiretta poiché sono stati utilizzati per alimentare gli animali che mangiano o di cui consumiamo latte o uova); la battaglia planetaria della grande distribuzione continua a mietere vittime nel campo della qualità, costringendo anche i pochi virtuosi a rinunciare alle loro ambizioni; contadini, pastori e pescatori sono ogni giorno di meno, solo parzialmente sostituiti da “operai” della terra, degli allevamenti e delle acque; le terribili profezie sul clima ci annunciano raccolti sempre meno ricchi e sempre più difficili, con evidenti conseguenze che arriveranno fino al nostro piatto (e già questa estate avremo un amaro assaggio di questo preoccupante menù del futuro).
In questo quadro generale, potremmo farci prendere dallo sconforto e invece di continuare a fare Presìdi, orti scolastici, Laboratori del Gusto e corsi Master of Food, potremmo tornare a sederci intorno a quella tavola imbandita da cui siamo partiti vent’anni fa, e sbafarci tutto. Sarebbe certamente più semplice, poco politically correct ma del tutto privo di contraddizioni.
Invece, la scommessa di Slow Food per i prossimi anni sarà quella di affrontare di petto le contraddizioni del mondo globale in cui viviamo, non rifiutandone in toto il modello economico-alimentare (sarebbe impossibile, a meno che non si ragioni a livelli di scelte individuali), ma lavorando parallelamente (e non segretamente) per la costruzione di un modello alternativo. Un modello che, va da sé, ha le sue radici nella rilocalizzazione delle produzioni e dei consumi. Nella ricostruzione della rete di relazioni, umane ma anche economiche, a livello locale. Nella ridefinizione delle nostre comunità.
Potrebbe apparire un lavoro improbo per un’associazione fondata principalmente sull’impegno di volontari, raccoltisi intorno ai princìpi di Slow Food soprattutto per ritrovare il piacere del convivio e la gioia dello stare assieme. Invece, mai come oggi, la nostra associazione, in specie in Italia dove la sua presenza è così diffusa e radicata, è in grado di mettere in pratica l’abusato slogan «pensare globale, agire locale».
Lavorare per identificare la dimensione (non solo fisica) della propria comunità, per individuarne gli attori, per metterli in relazione tra di loro, per interpretare i bisogni e ricercare le risposte: questo il compito principale delle nostre condotte negli anni a venire. Ognuna potrà così giungere a una diversa sintesi di comunità, costruire in maniera originale la rete di relazioni tra i suoi membri, sintetizzare una sua definizione di economia locale e delle sue regole.
La cosa straordinaria è che la somma di centinaia di esperienze che faremo in Italia (e senz’altro anche nel resto del mondo) diventeranno, in maniera del tutto naturale e consequenziale, la definizione più efficace di economia locale. Il nostro percorso sarà al contempo elaborazione teorica e realizzazione pratica. Lungo il cammino riscriveremo la storia di Slow Food e la sua missione, e troveremo chiari indizi del suo percorso futuro. Se sapremo condividere la nostra esperienza con un numero sempre crescente di persone, questo cammino potrà diventare una vicenda collettiva in grado di superare ampiamente i confini del mondo Slow Food.
Tutti i soci sono invitati a partecipare, non solo attraverso la presenza alle iniziative, ma anche cooperando all’ideazione e alla costruzione di questo nuovo progetto: è un impegno che può diventare entusiasmante e rendere l’adesione a Slow Food ancora più stimolante e gratificante.
Buon viaggio, ci conosceremo da qualche parte sul treno.

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