Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

5/22/2007

Sowmusic

E dopo i libri… un po’ di recensioni musicali tratte da Slowfood 26…

Capita raramente che da un grande libro si possa trarre un film altrettanto bello. Capita quasi mai che un libro straordinario dia vita a un film commovente corredato di una colonna sonora disperatamente perfetta. Nel “quasi mai” rientra il film indipendente di Liev Schreiber, dal romanzo Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer. A sintetizzare sommariamente l’opera di Foer possono servire alcune parole: memoria, yiddishland perduta, radici, amori antichi. Quando ho visto l’adattamento cinematografico, nella mia mente è scattato un click. Immagini e suoni erano esattamente quelli che avevo “visto e sentito” leggendo il romanzo. Elijah Wood era Jonathan, Eugene Hutz era Alex, la musica di Paul Cantelon, dei Leningrad, dei Gogol Bordello, del Tin Hat Trio era quella che “risuonava” tra le pagine di Foer. La soundtrack, principalmente opera del compositore statunitense Paul Cantelion, infarcisce di pura poesia il film. “Odessa Medley” e “Sunflowers”, su tutte, sono il completamento sonoro delle emozioni che la parola scritta e la trasposizione video hanno prodotto nella lettrice, spettatrice ascoltatrice. I Gogol Bordello, band capitanata da Eugene Nicolaev Hutz, gitano dell’est trapiantato negli Usa, sono autori di tracce vigorose. Attore nella pellicola (interpreta Alex, la guida ucraina dall’improbabile inglese che accompagna Jonathan alla ricerca di Trachimbrod, villaggio natale del nonno), Hutz ha creato uno stile gipsy-punk che va forte nella Grande Mela, dove si è trasferito dall’Ucraina e dove per qualche anno è si è guadagnato la pagnotta suonando alle feste degli immigrati ex sovietici. Seguono alcune chicche di soviet-rock targato Leningrad, band di 14 elementi proveniente da San Pietroburgo e, al mio orecchio, una versione più sobria dei Pogues. E infine, “Fear of the south”, sublime distillato armonico del Tin Hat Trio, ensemble acustico di San Francisco. Un consiglio poco ortodosso: potete sentire questo cd anche se non avete visto il film e letto il libro. Potete magari fare il percorso inverso: ascolto cd, visione film, lettura libro. O potete decidere l’ordine. Comunque scegliate, non ve ne pentirete. (Alessandra Abbona)

Everything is illuminated – Original Motion Picture Soundtrack
TVT Soundtrax, 2005

È cresciuto nella campagna della Nova Scotia, in Canada, ha sfiorato il professionismo nel baseball (una delle sue fonti d’ispirazione), non fa uso di medicinali, non beve alcol, non beve caffè e non fuma; nonostante questo ultimo dettaglio, la sua voce è stata paragonata a più riprese a quella di Tom Waits, ma lui guarda ancora più indietro e dice di rifarsi prima di tutto a Captain Beefheart. Che è un musicista s’è capito ma, dopo tale descrizione, arrivare a intuire che fa rap è quasi impossibile. La voce di Richard Terfry, in arte Buck 65, si è deteriorata a forza di concerti, ma il suo essere roca la rende originale, seducente, più che mai adatta a dipingere in rima i paesaggi umani descritti ad arte dal musicista canadese. Un artista che ha dichiarato: «Faccio musica per tentare di rendere me stesso e altre persone felici e/o tristi; non per fare soldi». Un’affermazione potenzialmente soggetta a forti critiche, se si pensa che Buck è sotto contratto con una major, la Warner. Nel 2006 però per la Warner ha pubblicato giusto un 10’’ in vinile stampato in 1000 copie mentre, sempre a suo nome, sono usciti sia un mixtape sia un ep con brani inediti scaricabili gratuitamente. L’ep s’intitola Dirty Work, è uscito a fine 2006 e conferma la sua vena di rapper-cantautore: si parte con i beat digitali che si fondono a un banjo e sembra di avere a che fare col manifesto del country rap, poi con “Death Of Me” ecco una sorta di reading d’atmosfera; “Heather Nights”, brano in cui la chitarra si fa sentire, lascia infine il passo a una title track dal suono (logicamente) sporco. Buck rievoca ambienti suggestivi, dall’aria cinematografica, e si conferma un artista con le idee chiare rispetto ai rapporti da mantenere col mercato discografico; la sua condotta sarà opinabile quanto quella di mille altri artisti ma, quanto meno, lui conserva quella libertà necessaria a chi non vuole dimenticarsi del suo pubblico; lo si evince anche guardando come cura il sito www.buck65.com. (Luca Gricinella)

Buck 65
Dirty Work ep
Autoproduzione, 2006

Chi cresce in provincia e ha ambizioni artistiche spesso vive un conflitto con il luogo d’appartenenza. Non pare proprio il caso dei Giardini di Mirò, post-rock band di Cavriago (Reggio Emilia), fin dagli esordi strettamente legata a storia, cultura e paesaggi della zona in cui è cresciuta. Si potrebbe obiettare che lo stile musicale e la scelta dell’inglese non vanno in questo senso. Invece è proprio qui che i Giardini di Mirò sono riusciti: la loro musica – pur richiamando suoni che in Italia storicamente pochi hanno prodotto (al contrario del Nord America, ad esempio) – li rappresenta appieno, in tutto. Dividing Opinions è il loro terzo album e in copertina ci trovi i «ragazzi dalle magliette a righe», in particolare quelli di Reggio Emilia: il 7 Luglio 1960, per manifestare il loro dissenso allo stato delle cose, cinque operai restano a terra esanimi sotto gli spari della polizia del ministro Scelba; la piazza dove avvenne il fattaccio allora era intitolata a Cavour, oggi ai Martiri del 7 Luglio. I nove brani del disco struggono di romanticismo; civile, precisano loro, perché si tratta di «una sorta di sentimento di partecipazione emotiva» dice Corrado Nuccini, membro fondatore della band. Insomma, canzoni d’amore che non si esimono dall’impegno. Canzoni, inoltre, che aprono a paesaggi brumosi, oscuri, ma che infondono una sensazione liberatoria. Anche nelle suggestioni sonore poi gioca un ruolo importante, ma in un’altra veste, quella memoria reclamata dalla copertina: come se l’ascoltatore fosse invitato a viaggiare nella propria. E iniziano a scorrere immagini, anche intime; più che mai nei climax strumentali. (Luca Gricinella)

Giardini di Mirò
Dividing Opinione
Homesleep Music, 2007

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1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Si, probabilmente lo e

27 novembre, 2009 07:26  

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