Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

5/04/2007

Campioni del mondo, cap. 2

L'intervista di Nicola Perullo a Paul White, pubblicata su Slowfood 26.



Paul White, originario dell’Oregon, è neozelandese d’azione. Dopo lunghi soggiorni in Europa e in particolare a Londra, da oltre 14 anni si è trasferito in Nuova Zelanda, ed è uno dei winewriters più competenti e aggiornati sui vini del Nuovo Mondo ma anche sui vini italiani, che frequenta e apprezza da moltissimo tempo. «Ho conosciuto i vini italiani già in Oregon negli anni Settanta» ci dice «e poi in Inghilterra tra gli Ottanta e i Novanta». Scrive per molte testate, tra cui The Gourmet Traveller Wine. Lo abbiamo incontrato una mite mattina di febbraio a Pollenzo, appena di ritorno da un convegno sul vino in Valpolicella, e gli abbiamo fatto qualche domanda sui vini dell’Oceania e sulla percezione del vino italiano in quella realtà.

Facciamo il punto sulla situazione del vino neozelandese: quali sono le principali linee di tendenza?
Fino a vent’anni fa, i prodotti alimentari della Nuova Zelanda erano burro e agnello. Il nostro è un paese di forte tradizione agricola, e non manifatturiera, e questo ha inciso fino a poco tempo fa sulla mentalità della gente. Da un po’ di tempo, invece, i neozelandesi, come del resto gli australiani, hanno trovato un altro prodotto di cui vanno molto orgogliosi: il vino. L’orgoglio nasce dal fatto che possono finalmente esibire al mondo intero qualcosa di sofisticato e moderno che li rappresenta fortemente, essendo molto legato ai territori di provenienza. Con il vino, i neozelandesi e gli australiani possono finalmente esibire un’identità importante e piena di appeal che li aiuta a superare quel complesso di inferiorità rispetto al Vecchio Mondo, in particolare all’Inghilterra.
Naturalmente tra Australia e Nuova Zelanda vi sono importanti differenze, di clima e di suolo, e vini di conseguenza molto diversi: in generale più ricchi, caldi e “mediterranei” quelli australiani, più snelli, acidi e aromatici quelli neozelandesi. In più, all’interno di ognuna di queste nazioni ci sono tante regioni vinicole con caratteristiche altrettanto diverse, cosa che a volte in Europa si tende un po’ a dimenticare… La Nuova Zelanda ha 12 regioni, da nord a sud, con climi che assomigliano rispettivamente alla Germania e alla Sicilia, per cui è molto difficile generalizzare.
Un’altra cosa interessante che è emersa è il forte campanilismo sul vino tra Australia e Nuova Zelanda: proprio perché sta diventando un simbolo di orgoglio e di identità nazionale, ognuno rivendica la superiorità del proprio vino sull’altro come avviene per lo sport. Questa, comunque, è la conseguenza del fatto che negli ultimi 15-20 anni il vino è entrato nelle abitudini alimentari della gente, e questo è un fatto assolutamente nuovo. Fino allora, gli unici vini conosciuti e bevuti erano lo Sherry e il Porto, e non c’era alcuna cultura enologica. Oggi, invece, è normale abbinare al cibo il vino. In Nuova Zelanda, ad esempio, piacciono molto gli aromi fruttati e una certa freschezza acida, considerata gradevole specialmente con tanti piatti di carne.
La situazione è però molto diversa rispetto all’Europa, soprattutto per il tipo di consumo: da noi non c’è la stessa differenza tra consumo “alto” e consumo “basso” di vino così caratteristica dell’Europa, come non c’è quella tra gastronomi raffinati e gente comune. C’è ovviamente un commercio privato di vini famosi, ma è molto marginale. Il vino si acquista perlopiù al supermercato, e sono proprio i supermercati i grandi “orientatori” del mercato, anche per quanto riguarda i vini di alta gamma, più che le guide e i giornali. Certo, ci sono anche questi ma hanno un’importanza relativa.

Approfondiamo queste differenze tra l’Europa e la Nuova Zelanda. In una situazione così nuova e interessante, com’è percepito il vino italiano e qual è il suo spazio di mercato?
Storicamente la Nuova Zelanda non ha avuto immigrati italiani. L’Australia ha accolto, invece, alcune comunità, specialmente nella zona di Melbourne, ma il vino che essi hanno portato con sé è stato di livello molto basso, e questo è rimasto al di fuori dei circuiti commerciali importanti. In entrambi i paesi, quindi, l’idea che si è avuta per molti anni del vino italiano non corrispondeva a quella qualità che, invece, rappresentava nei paesi di cultura enologica sviluppata: da noi, anche nei ristoranti italiani migliori il vino è stato fino a pochissimo tempo fa neozelandese o australiano. Più in generale, in Nuova Zelanda e in Australia si sono coltivate le varietà francesi “internazionali”, quindi la gente conosce quelle, e i “grandi vini” sono i Pinot Noir, i Cabernet Sauvignon, gli Shyraz…
Solo a partire dagli ultimi 8-10 anni alcuni produttori hanno cominciato a fare vini da vitigni italiani: sangiovese, corvina, nebbiolo, arneis… Sono nati così vini locali da uve italiane! Ma questo non deve sorprendere né scandalizzare, in un paese viticolo così nuovo come il nostro. Anzi, è proprio questo che permette ai consumatori di conoscere e apprezzare le potenzialità del vino italiano: secondo me occorre prima che il mercato proponga vini neozelandesi (o australiani) fatti con uve italiane; quando la gente avrà cominciato a conoscerli, si potrà creare anche una forte importazione del vino italiano stesso. È un processo cominciato da poco tempo. Certamente, nella fascia “di base” si beve già oggi molto più vino italiano di 10 anni fa: nei supermercati si trovano prodotti anche discreti, intorno ai 6 euro a bottiglia. E nei ristoranti migliori, anche grazie all’azione di Slow Food, cominciano a entrare alcune grandi e blasonate bottiglie. Però, vi sono ancora grandissimi margini di crescita per il vino italiano nel nostro paese, e il motivo principale risiede proprio nell’originalità della proposta.
Noi abbiamo già tanti Pinot Noir e Cabernet Sauvignon molto buoni, e in questo senso c’è una grande competizione con gli analoghi francesi. Molti produttori cominciano a vedere di malocchio l’importazione di vino di Bordeaux e Borgogna. Invece, non abbiamo ancora grandi Sangiovese, Corvine, Nebbiolo australiani o neozelandesi, e probabilmente queste non sono varietà così facilmente adattabili: ecco la grande chance che, secondo me, si apre per i vini italiani. In più, molte varietà del vostro paese – penso ad esempio al Sangiovese – possono comportarsi molto bene con i cibi per la loro verve e freschezza, e questa è una caratteristica molto apprezzata dai neozelandesi e dagli australiani. Pensa che oggi vini con caratteristiche di frutto e freschezza, addirittura frizzanti, stanno entrando anche nel mercato orientale, perché si abbinano benissimo con la cucina asiatica speziata: è l’onda della tendenza neozelandese e australiana che si fa sentire. Vedo, quindi, un futuro molto roseo per l’Italia più che per le altre grandi nazioni storiche del vino, la Francia e la Spagna.

Ma quali sono i vini e le regioni italiane più note da voi?
La Toscana con il Chianti, il Veneto con il Valpolicella e l’Amarone, alcuni vini pugliesi quali Negroamaro e Primitivo, qualche Aglianico… Forse il più popolare per il rapporto tra qualità e prezzo è il Montepulciano d’Abruzzo, mentre devo dire che Sardegna, Sicilia e Piemonte sono ancora poco conosciuti. Certamente Barolo e Barbaresco scontano anche il loro prezzo alto: infatti è più facile trovare Barbera e Dolcetto. In ogni caso, però, fondamentale rimane per noi neozelandesi la facilità di abbinare il vino con il cibo: manca quasi del tutto (non so se sia un bene o un male, ma è così) quell’idea di “vino da degustazione” che avete voi in Italia o in Francia. Ripeto la mia opinione: l’abbinabilità del vino col cibo sarà la grande fortuna del vino italiano nei prossimi anni!

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