Chiacchiere di vino, musica e cucina/Slowfood

Uno spazio in cui leggere in anteprima e dibattere gli articoli della rivista italiana di Slow Food: osterie e locande d'Italia, recensioni, Presìdi, inchieste, desco music, itinerari del vino e dell'olio, balloons, biodiversità, Comunità del cibo, degustazioni, cultura alimentare…

4/27/2007

Benessere animale e altre storie

Su La Repubblica di oggi, un articolo su Mario Calabresi su un metodo di produzione del foie gras meno crudele.
In generale, si parla di sofferenza e di "benessere" animale. A corredo, a pag. 23 del quotidiano, un commento di Carlin Petrini sull'argomento, che riportiamo qui. Cosa ne pensate?


Mr. Brock e il suo sistema non grandguignolesco di allevare le oche per il foie gras (al quale da gastronomi guardiamo con interesse), ci offrono lo spunto per una riflessione sulle sofferenze che la zootecnia industriale e un’agricoltura prostrata alle regole del profitto impongono agli animali, e di conseguenza al pianeta.
Il gusto è un fattore culturale: sarebbe ben poca cosa se si riducesse a un mulinare di papille, alle reazioni enzimatiche che gorgogliano nei succhi gastrici, a una scarica di endorfine salivari. Messo a tacere in questa porzione di mondo il bisogno primario dell’uomo – soddisfare la fame da essere onnivoro, dotato di canini – il gastronomo evolve e muta insieme ai paesaggi, alla rivoluzione verde, alla globalizzazione alimentare e il suo ruolo si plasma su nuovi equilibri, in bilico fra il piacere della tavola e il rispetto di quel che sta a monte e intorno a essa: acque, terre e gli animali che le abitano, liberi o in cattività. E oggi si affaccia urgente un bisogno addirittura antecedente all’uomo: preservare il pianeta e la natura che lo abita. Perché senza di essa, egli non è. Un’istanza della quale un gastronomo ha il dovere di farsi carico per ragioni etiche e filosofiche, ma anche per preservare il piacere che verrà.
Chiunque si occupi di cibo sa che la prima fonte d’inquinamento del pianeta è diventato l’allevamento industriale, perché per produrre un chilo di proteine animali ne servono fino a sedici di vegetali. Insomma, sottraiamo risorse vegetali all’alimentazione umana, inquiniamo i campi con concimi di sintesi per alimentare vitelli-cyborg, trasportati da un capo all’altro del pianeta senza spazio/acqua/aria in camion-lager, che nel frattempo inquinano (Tim Lang, professore della City University di Londra, ha coniato il termine food-miles). Il tutto, per ottenere carne che non dà piacere.
La sequenza delle nequizie che hanno imbrattato il filantropico verbo “allevare” – incipit dell’umanità stanziale e di fatto del mondo come lo conosciamo oggi – poi continuano: pulcini antibiotizzati fin dalla nascita e compressi in gabbia, vacche frisone dopate per indurle a produrre il sestuplo del latte quotidiano, animali ridotti a ingranaggi di una catena di montaggio, oliata da una produzione intensiva a suon di chimica.
Si è perso il concetto di “benessere animale”, una teoria – o meglio un principio scientifico e filosofico di armonia con la natura – secondo la quale per ottenere carni buone occorre innanzi tutto una buona alimentazione per gli animali, ma anche che essi non siano sottoposti a stress in stalla, nel trasporto e nella macellazione. «Non importa che gli animali pensino, non importa che parlino; importa solo che non soffrano» ha scritto il filosofo Jeremy Bentham. Questo ha il dovere di dire oggi il neo-gastronomo, nel promuovere un consumo più responsabile di carne: mangiarne meno, proveniente da animali allevati liberi, nel rispetto dei ritmi naturali. Che danno carne più buona, che non puzza d’ingranaggio industriale.

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